La via del non-attaccamento

Il termine Pali upādāna, sovente tradotto con ‘attaccamento’ o ‘afferrare’ deriva dal prefisso ‘upa’, ‘verso di sé’, e dal vocabolo ‘ādāna’, ‘prendere’, ‘appropriarsi’.

Il Cūḷavedalla Sutta (MN 44) definisce l’attaccamento come uno stato mentale caratterizzato dalla bramosia e dalla passione verso i cinque aggregati psicofisici di corpo, sensazione, appercezione, intenzioni e cognizione. Il venerabile Punnaji identifica l’attaccamento con «il processo dell’appropriazione e della personalizzazione nei termini di io e mio dei fenomeni costituenti l’esperienza».

Quattro tipi di attaccamento

Il Vibhanga Sutta enumera quattro forme principali di attaccamento: l’attaccamento all’idea dell’esistenza di un sé statico e permanente (attavā­du­pādā), l’attaccamento alla visione erronea circa la modalità di tale sé (diṭṭhupādāna), l’attaccamento al piacere (kāmupādāna), e l’attaccamento ai precetti etici e ai rituali (sīlab­ba­tu­pādā­na).

Attaccamento al sé e visioni erronee 

I primi due tipi di attaccamento sono quello relativo all’idea dell’esistenza di un sé statico e permanente (attavā­du­pādā) e quello relativo alla visione erronea circa le modalità di esistenza tale sé (diṭṭhupādāna); questi due tipi di attaccamento sono il risultato dell’errata percezione della natura degli aggregati psicofisici; tale percezione distorta fa apparire come un sé statico e autonomo ciò che invece è un insieme di elementi dinamici soggetti al sorgere e allo svanire:

«Quali sono gli oggetti dell’attaccamento, e cos’è l’attaccamento? Forma, sensazione, appercezione, intenzione, e cognizione: questi elementi, o monaci, sono gli oggetti dell’attaccamento;  ciò che in essi è bramosia e passione è detto ‘attaccamento’.»

-Upādāniyasutta SN, 22,121

l’attaccamento alla visione erronea del sé è anche detta visione erronea (miccha-diṭṭhī), l’immaginare erroneamente un sé statico la cui esistenza si estende ad infinitum nei tre tempi di passato, presente, e futuro:

«E riflettendo in maniera non saggia egli pensa: ‘sono mai esistito nelle epoche passate? O non sono mai esistito? Che cosa sono stato o non sono stato nelle epoche passate? E in che modo sono divenuto quel che allora sono stato? Esisterò’ o non esisterò’ nelle epoche future? E in che modo? Anche il presente lo riempie di dubbi: Esisto o non esisto? Che cosa e come sono? Da dove sono venuto e dove andrò’?»

E per via di tale riflessione non saggia egli giunge ad una delle sei opinioni, diviene in lui ferma persuasione: io ho un’anima; io non ho un’anima; animato prevedo animazione; animato prevedo disanimazione; senz’anima prevedo animazione; questo me stesso si troverà’ qua e la, a godere la mercede delle buone e delle cattive opere; e questo me stesso è permanente, persistente, eterno, immutabile, rimarrà’ quindi a sé eternamente eguale.

Questo si chiama, o monaci, vicolo cieco delle opinioni, caverna delle opinioni, gola delle opinioni, spina delle opinioni, roveto delle opinioni, rete delle opinioni. Impigliatosi nella rete delle opinioni, o monaci, l’inesperto figlio della terra non si libera dal nascere, dall’invecchiamento e dal morire, da bisogno, miserie e pene, da strazio e disperazione, non si libera, io dico, dal dolore.

-Sabbasava sutta, MN2

Attaccamento al piacere e moralismo religioso

“Svariati sono i luoghi dove gli esseri
cercano di sfuggire alla paura:
montagne, boschi
parchi e giardini
e luoghi sacri;
n
essuno di questi
offre vero rifugio, un rifugio definitivo
nessuno ci libera completamente da ogni sofferenza.”

Dhammapada, 188

l’attaccamento al piacere (kāmupādāna) e ai precetti rituali (sīlab­ba­tu­pādā­na), sono le due strategie impiegate dall’ego per gratificare sé stesso e concretizzare il proprio esistere, oltreché per cercare di esorcizzare la paura della morte. Nel Sallasutta, (Sn 36.6) leggiamo:

«Allorquando toccato da una sensazione dolorosa, in lui sorge l’avversione verso tale esperienza; Provando avversione verso quella sensazione dolorosa, in lui si sviluppa la tendenza subconscia all’avversione verso le sensazioni dolorose; essendo colpito da una sensazione dolorosa, cerca godimento nei piaceri sensuali. E per quale ragione? Perché l’inesperto uomo comune non conosce altra via d’uscita dalle sensazioni dolorose che il piacere dei sensi».

Il Dutiya­upādā­pari­tassa­nā­sutta spiega in che modo l’attaccamento conduca all’angoscia e alla disperazione:

«In che modo, o monaci, l’attaccamento genera il turbamento? Ecco, un uomo comune che non ha appreso la realtà considera il corpo in questo modo: ‘Ciò è mio, ciò sono Io, questo è il mio Sé’; ma il suo corpo materiale cambia e si altera; con il cambiamento e l’alterazione del proprio corpo, in lui sorgono tristezza, angoscia, dolore, dispiacere e disperazione; egli considera le sensazioni, le percezioni, le intenzioni e la cognizione come : ‘Ciò è mio, ciò sono Io, questo è il mio Sé’; la sua cognizione cambia e si altera; con il cambiamento e l’alterazione della sua mente, in lui sorgono tristezza, angoscia, dolore, dispiacere e disperazione».

Il Madhupindika Sutta espone il processo del condizionamento e il modo in cui questo può essere dissolto attraverso il non attaccamento:

«In dipendenza della vista e degli oggetti visibili nasce la coscienza visiva; la concomitanza dei tre è detta impressione; l’impressione determina la sensazione; ciò che si sente viene riconosciuto; ciò che è stato riconosciuto viene rimuginato; ciò che viene rimuginato dà adito alla proliferazione; per via della proliferazione, l’individuo viene assalito dalla proliferazione dei concetti frutto dell’appercezione di oggetti percepiti tramite la coscienza visiva del passato, presente e futuro.

Monaci, in riguardo a ciò per cui l’individuo viene assalito dalla proliferazione concettuale appercettiva, se non vi è diletto, né accoglienza e attaccamento, vi sarà la fine della tendenza latente alla bramosia, la fine della tendenza latente all’avversione, della tendenza latente alle visioni errate, della tendenza latente al dubbio, della tendenza latente all’orgoglio, della tendenza latente alla brama verso l”essere’, della tendenza latente all’ignoranza, la fine dell’armarsi di bastone, dell’armarsi di spada, delle dispute, dei conflitti e delle lotte, delle accuse, dei discorsi divisivi e delle menzogne».

Lasciare andare l’attaccamento 

Nell’insegnamento sulle Quattro Nobili  Verità il Buddha afferma che la vera felicità dipende dall’eliminazione della afflizioni mentali quali la bramosia, l’avversione e l’ignoranza; tuttavia, si tratta di un lavoro arduo che richiede tempo e applicazione; un approccio pragmatico che tutti noi possiamo applicare nel quotidiano consiste nell’abbandono dell’attaccamento verso le afflizioni; in questo caso, il compito del praticante sarà innanzitutto quello di riconoscere la presenza di uno stato afflitto nella propria mente; una volta divenuto consapevole dello stato della propria mente, si dovrà contemplare la vera natura di quello stato: un’esperienza transitoria, dolorosa, impersonale e vuota di sostanza. A quel punto, avendo messo in prospettiva quanto sta accadendo, egli dovrà procedere ad allentare la presa mentale verso quello stesso stato.

Cinque strategie

Il Vitakkasanthana Sutta (MN 20) elenca una serie di esercizi utili per imparare a lasciar andare la presa: ad  esempio, potrà essere di aiuto dirigere la mente verso un oggetto di segno opposto rispetto allo stato afflitto; oppure, è consigliato riflettere ripetutamente sulla dannosità della fissazione mentale; in alternativa, possiamo distogliere l’attenzione dall’afflizione dirigendola verso un oggetto neutro come il ritmo calmante del respiro o investigarne passo dopo passo le cause fine a trovarne la causa fondamentale; infine, come estrema ratio, il Buddha consigliava di sopprimere l’attaccamento con la forza di volontà.

Vuoto di attaccamento e pienezza del vivere

In merito alla pratica del non attaccamento, il venerabile Samanthabhadra afferma:

«Non ho mai detto a nessuno di mantenere la mente calma e inattiva come un panno bianco intonso; al contrario, ti invito a immergere quel panno bianco nel fango o nell’acqua di un torrente, oppure a farne un aquilone e a giocarci. Non c’è nessun problema. Se quella stoffa è in grado di sopportare tutto ciò, questa è la purezza. Questa è la tranquillità. Questo è il nobile vuoto.

Il nobile vuoto non è rinunciare a tutto, ma mantenersi vuoto in ogni circostanza. Questo è il vero vuoto di cui parliamo. Non c’è alcuna forzatura. Immagina di voler svuotare un pozzo. Cosa succede quando proviamo ad attingere l’acqua per svuotare il pozzo? Esso si riempirà ancora e ancora. La gente immagina che il nobile vuoto sia una uno stato mentale senza pensieri. Ma noi diciamo che il vuoto è avere tutti i pensieri nella mente senza essere vincolati a nessuno di questi.

Quando sei vincolato ai tuoi pensieri, essi ti spingono ad agire. Quando inizi a vivere il momento, non c’è sofferenza. Nessun problema. E inizierai a vedere ogni evento come ad un mero accadimento, un semplice evento. Vedrai che le cose sono solo cose momentanee. Inizia a convivere con le cose che vedi. Non creare conflitti con ciò che vedi facendolo diventare causa di sofferenza. Impara a goderti la vita».

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