I sutra sulla rinascita

 

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“Abhinibbatti kho, āvuso, dukkhā, anabhinibbatti sukhā.

“Il ridivenire, o amico, è sofferenza, l’assenza di ridivenire è la felicità”.

 Paṭha­ma­su­kha­sutta, AN 10.65

Di seguito, dieci sutta ( discorsi canonici) sul tema della rinascita. I temi trattati variano dalla definizione di nascita (jati) ed esistenza (bhava), alle cause della continuità esistenziale, a ciò che è soggetto al divenire e alle visione errare circa questo argomento.

 

1. Dhamma­cakkap­pa­vat­ta­na­sutta, SN 56.11 (La triplice brama)

“Questa è  o monaci, la nobile verità sulla sofferenza: è proprio questa sete, conducente a nuova esistenza, connessa al godimento ed alla passione,  cercando godimento qua e là, ovvero: la sete di piacere sensuale, la sete di esistenza e la sete di non esistenza.”

2.Paṭic­ca­samup­pāda­sutta, SN 12.1 ( La genesi condizionata)

“Cos’è, monaci, la nascita? Ciò che a questo o quell’essere, in questa o quella specie di esseri è nascita, venire ad essere, discesa nel ventre materno, manifestazione, sorgere degli aggregati, ottenimento delle basi sensoriali. Questo, o monaci è chiamato nascita.”

3. Bhava sutta (Le sfere d’esistenza)


«Quindi, Il Venerabile Ānanda si avvicinò dal Beato, ed avendolo raggiunto, gli rese omaggio e si sedette al suo fianco. E sedendogli a fianco, il Venerabile Ānanda chiese al Beato:» «Signore, si parla  di esistenza, di divenire – ma in che modo avviene il divenire?»

«Ānanda, se non ci fosse alcun intenzione (kamma) maturante nella sfera della sensualità (Kāma­dhātu), forse che sarebbe possibile fare esperienza dell’esistenza nella sfera sensuale?

«No, signore.»

«Perciò Ānanda, il kamma è il terreno, la cognizione il seme e la sete il fertilizzante. La cognizione degli esseri viventi, ottusa dall’ignoranza ed incatenata dalla sete[di piaceri sensoriali], viene in questo modo a stabilirsi in una sfera d’esistenza inferiore, ed è in questo modo che si manifesta il sorgere di una nuova esistenza (punabhavabhinibatti).»

«Ānanda, se non ci fosse alcun Kamma maturante nella sfera della forma (Rūpa­dhātu­), forse che sarebbe possibile fare esperienza dell’esistenza nella sfera formale?

«No, Signore.»

«Così, Ānanda, il kamma è il terreno, la cognizione il seme e la sete il fertilizzante. La cognizione degli esseri viventi, ottusa dall’ignoranza ed incatenata dalla sete[di esistere], viene in questo modo a stabilirsi in una sfera d’esistenza intermedia, ed è in questo modo che si manifesta il sorgere di una nuova esistenza.»

«Ānanda, se non ci fosse alcun Kamma maturante nel reame del senza forma (Arūpa­dhātu),forse che sarebbe possibile fare esperienza dell’esistenza nella sfera priva di forma?

«No, signore.»

«Così, Ānanda, il kamma è il terreno, la cognizione il seme e la sete il fertilizzante. La cognizione degli esseri viventi, ottusa dall’ignoranza ed incatenata dalla sete[di non esistere], viene in questo modo a stabilirsi in una sfera d’esistenza superiore, ed è in questo modo che si manifesta il sorgere di una nuova esistenza.»

 

4. Bhavanetti Sutta ( Ciò che conduce all’essere)

 A Sāvatthi­: Sedendo al suo fianco, il Monaco Rādha disse al Bhagavan:
«Signore, si parla spesso di cessazione dell’essere, di cessazione dell’esistere, ma cos’è, o Signore, che conduce all’essere, e cos’è la cessazione di quegli elementi che conducono ad essere?»

«Rādha, l’interesse, la passione, il diletto, la sete, e la tendenza subconscia della mente (anusayā)[1] al coinvolgimento, all’afferrare, al persistere nel rimanere invischiata nella forma (immagine) è ciò che conduce all’essere(Io sono), e la cessazione di tutto ciò è la cessazione degli elementi che conducono all’essere.»  

«l’interesse, la passione, il diletto, la sete, e la tendenza subconscia della mente al coinvolgimento, all’afferrare, al persistere nel rimanere invischiata nella sensazione, nella percezione, nelle intenzioni[2] e nella cognizione è ciò che conduce all’essere, e la cessazione di tutto ciò è la cessazione degli elementi che conducono all’essere.»

Saṃyutta Nikāya 23, Paṭha­ma­māravagga

 

5. Bijja Sutta. S.N. (Il seme)

“Se qualcuno dicesse, ‘descriverò un venire, un andare, uno svanire, un sorgere, una crescita,  un incremento, o un proliferare della coscienza a prescindere dal corpo, dalle sensazioni, dall’appercezione e dalle formazioni,’ ciò sarebbe impossibile.

6. Mahā­taṇhā­saṅ­kha­ya­sutta, MN 38 ( La natura della coscienza)

“Così ho udito: Una volta soggiornava il Sublime presso Savatthi, nella selva del Vincitore, nel parco di Anathapindika. Ora in quel tempo, in un monaco di nome Sati Kevattaputta era sorta questa dannosa visione erronea: “Così comprendo io il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).”

Venne ora alle orecchie di molti monaci che nel monaco Sati Kevattaputta, era sorta questa dannosa visione erronea, “Così comprendo io il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).” Quei monaci si recarono presso di lui e dissero: È vero, o amico Sati, che in te è sorta tale erronea visione: “Così comprendo io il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).”?

“proprio così, o amici, Io comprendo il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).” Quindi, quei monaci desiderosi di correggere il monaco Sati Kevattaputta da quella dannosa visione erronea, interrogarono, domandarono ed esaminarono così:” Non dire così, amico sati, non parlare così, Non distorcere ciò che ha detto il Sublime, non è bene distorcere ciò che ha detto il Sublime, il Sublime non può aver detto ciò. In molti modi, amico Sati, è stato detto e spiegato dal Sublime che la coscienza  è sorta in maniera interdipendente, che senza cause non può sorgere alcuna coscienza.” 

“Ma nonostante che il monaco Sati Kevattaputta fosse stato interrogato, contro-interrogato ed esaminato da quei monaci, egli continuava ostinatamente a mantenere tale dannosa visione erronea: “così, o amici, Io comprendo il Dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).”

“Allora quei monaci, incapaci di correggere il Monaco sati Kevattaputta da tale dannosa visione erronea, si recarono la dove si trovava il Sublime, ed avvicinandosi al Sublime, gli resero omaggio e si sedettero di fianco a lui. E sedendogli accanto, quei monaci dissero al Sublime: (I monaci ripetono al Buddha l’intera conversazione avuta con Sati)

“Quindi, signore, non essendo riusciti a correggere il monaco Sati Kevattaputta da quella dannosa visione erronea, noi siamo qui venuti a vedere il Sublime.”

“Quindi, Il Sublime si rivolse ad un certo monaco e gli disse: “vieni monaco, vai dal monaco Sati Kevattaputta e digli a nome mio: Amico, il maestro ti vuole parlare. ” Certo Signore”, rispose quel monaco al Sublime ed obbedendo al Sublime, si recò la dove risiedeva il monaco Sati Kevattaputto, ed essendo arrivato la, disse al monaco Sati Kevattaputta: “Amico Sati, il maestro ti vuole parlare”. “Certo, amico”, ed avendo assentito a quel monaco, si recò la dove si trovava il Sublime.”

“e recatosi la dove si trovava il sublime, rese omaggio al Sublime, e si sedette accanto a lui. E al monaco Sati Kevattaputta che gli sedeva accanto il Sublime disse: È vero, come si dice, che in te, Sati è sorta una tale dannosa visione distorta: “Così comprendo io il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa)”?

“Proprio così, signore, Io comprendo il dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa).”

“E cosa, o Sati, sarebbe questa coscienza?” 

“Signore, proprio quella che parla, prova sentimenti e sperimenta qua e là i risultati delle azioni benefiche e nocive.” 

“Da chi hai tu dunque sentito, essere stolto, che io abbia esposto un simile dharma? Non ho forse io, essere stolto, spiegato in molti modi la natura condizionata della coscienza: senza cause non può sorgere alcuna coscienza? Ma tu, essere stolto, distorci quello che ho insegnato e scavi a te stesso la fossa, causando a te stesso un grave danno. Ciò ti sarà, essere stolto, di grande danno, e sofferenza.”

Quindi il Sublime si rivolse a quei monaci: “Cosa pensate, o monaci, forse che in questo monaco Sati Kevattaputta si sia acceso un qualche barlume di conoscenza circa questo Dharma e disciplina?” 

“Come potrebbe essere ciò? No di certo, Signore.”

“Per qualsiasi ragione, monaci, abbia origine coscienza, proprio per quella, e solo per quella, essa viene a determinarsi. Mediante la vista e le forme viene a determinarsi coscienza visiva. Mediante l’udito e i suoni viene a determinarsi la coscienza uditiva. Mediante l’olfatto e gli odori viene a determinarsi la coscienza olfattiva. Mediante il gusto e i sapori viene determinarsi la coscienza gustativa. Mediante il tatto e i contatti, viene a determinarsi la coscienza tattile. Mediante il pensiero e le cose ha origine la coscienza mentale.”

 

7. Mahā­nidāna­sutta, DN, 15. ( materia, mente, e coscienza) 

“La nascita è determinata dall’essere, ma se ciò fu detto, o Ānanda, è nel seguente modo che questa affermazione deve essere compresa: Se, o Ānanda, non vi fosse alcuna esistenza, di nessun tipo – esistenza sensuale, esistenza formale ed esistenza informale –  con l’assenza di qualunque tipo di esistenza, con la cessazione di Bhava, forse che si potrebbe sperimentare ancora la nascita? “No di certo, Signore.” . “Perciò Ānanda, questa e la ragione, questo è il fondamento, questa è l’origine e la causa della nascita, ovvero, l’esistenza.”

“Ananda, se il Viññāṇa (cognizione) non fosse ben stabilito nel nāmarūpa (mente e materia), forse che si sperimenterebbero ancora nascita, invecchiamento, morte, ed il sorgere della sofferenza? “No di certo Signore”.”Perciò, Ananda, questa è la causa,questa la base,questa è l’origine e la condizione del Viññāṇa, ovvero il nāmarūpaṃ.”

“Ed è In questo modo, Ananda, che esistono nascita, invecchiamento e morte, trapasso e ri-apparire; in questo modo esiste un viatico per la designazione (adhi­vacana), la descrizione (nirutti), e la delineazione (paññatti); ed è in questo senso che esiste la sfera del discernimento (paññā) finalizzata al rendere manifesto questo stato dell’essere, ed è in questo modo che il circolo vizioso [del samsara] continua a vorticare, ovvero : mente e materia fluiscono, assieme alla cognizione, sostenendosi l’un l’altro.”

8. Mahā­puṇṇama­sutta, MN 109 (Non-sé e divenire)

Quindi, ad un certo monaco venne in mente questa riflessione: «Se la forma è non-sé, la sensazione è non-sé, la percezione è non-sé, le intenzioni sono non-sé, la cognizione è non-sé, quale sé verrà raggiunto [dai risultati] delle azioni compiute da ciò che non possiede un sé?» [1]

Quindi il Bhagavan, intuendo con la propria mente i pensieri di quel monaco, disse ai monaci: «È possibile, o monaci, che uno stolto – con la mente dominata dall’ignoranza ed ottenebrata dalla sete [d’esistenza] – possa così pensare di superare in astuzia l’insegnamento del maestro:

‘Se la forma è non-sé, la sensazione è non-sé, la percezione è non-sé, le intenzioni sono non-sé, la cognizione è non-sé, quale sé verrà raggiunto [dai risultati ] delle azioni compiute da ciò che non possiede un sé?’

«Monaci, non foste voi da me istruiti a dissipare i dubbi su questo o quell’aspetto dell’insegnamento?»

La risposta del Buddha:

«Che cosa ne pensate o monaci, la forma è permanente o impermanente? »
«Impermanente, Signore.»
«E ciò che è impermanente, è insoddisfacente o piacevole?»
«insoddisfacente, Signore.»
«E ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto per sua natura al cambiamento, è forse profittevole considerarlo come:  “Questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé”?»
«No di certo Signore»
[ Così per la sensazione, la percezione, le volizioni e la cognizione]

«Pertanto. o monaci, qualunque forma, qualunque sensazione, percezione, volizione e cognizione, passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, deve essere compresa, con saggezza, secondo realtà; ‘Questo non è mio, ciò non sono Io, questo non è il mio Sé’.»

«Così vedendo o monaci, l’esperto nobile discepolo prova disincanto per la forma, la sensazione, il la percezione, le volizioni e la cognizione; disincantato egli è distaccato dalle passioni; con il distacco, egli diviene libero; essendo libero, sorge in lui la conoscenza della liberazione. Ed egli riconosce: ‘esaurita è la nascita, completato l’addestramento spirituale, fatto è ciò che doveva essere fatto, non vi sarà più alcun esistere in futuro.»

9. Nava­purā­ṇa­vagga, SN 35.146. (Nuovo e vecchio Karma) 

“Cos’è, o monaci, il vecchio karma? L’occhio, o monaci, è il vecchio karma, da vedere come costruito sulla base delle intenzioni, di cui è possibile fare esperienza; la lingua è il vecchio karma, costruito sulla base delle intenzioni, di cui possibile fare esperienza […] l’intelletto è il vecchio karma, costruito sulla base delle intenzioni, di cui possibile fare esperienza.”

“E cos’è, o monaci, il Karma nuovo? Quelle azione che, o monaci, vengono compiute nel presente attraverso il corpo,la parola e la mente, questo, o monaci, è detto essere il Karma nuovo.”

10. Kalama sutta (Le quattro ipotesi)

1.Se esiste l’aldilà, e se le azioni buone e cattive producono frutti, danno risultati, è possibile che con la disgregazione del corpo, dopo la morte, rinascerò in una buona destinazione, in paradiso.

2. Ma se non esiste l’aldilà, e se le azioni buone e cattive non producono frutti, non danno risultati, allora io, proprio qui in questa vita, vivrò felice, libero dall’odio e dall’avversione.

3.Supponiamo che il male ricada su chi lo compie: allora, poiché io non auguro il male ad alcuno, come potrebbe la sofferenza affliggermi, dato che non compio azioni malvagie?

4.Supponiamo che il male compiuto non ricada su chi lo compie: allora, proprio qui, vivrò in ogni caso in purezza.

 

 

 

 

 

 

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